Non appartengo a nessuno – racconto storie che non piacciono. Non fanno like.
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Abito le periferie digitali. Le mie storie sono marginali, sono detriti di ciò che resta.
Faccio alcune cose. Alcune interessanti, altre meno. Se ti interessa quello che faccio per lavoro, o per passione, puoi trovarlo su iu4tpi.it. Ma qui è diverso. Qui racconto storie. Non storie mainstream, né contenuti ottimizzati per i social. Racconto quello che mi colpisce, quello che resta. Per questo motivo, questa pagina — chiamatela blog, diario o spazio marginale — non è pensata per chi scorre. È fatta per chi si ferma. Per chi ha ancora voglia di leggere.
Questa pagina non è parte di una rete. Non segue una logica di appartenenza. Non si iscrive in una prosecuzione sociale. Non è elencata da nessuna parte - e se lo è, non è per mia volontà. È un frammento disperso. Un relitto in un oceano troppo vasto e devastato per suscitare ancora interesse. Non c’è una ragione precisa per scrivere storie. Per raccontare la voce degli altri, ora, in un’epoca in cui leggere sembra non interessare più a nessuno. Ma proprio per questo, scrivere diventa un atto residuo. Residuo e necessario. Non per essere letto. Ma per restare.
Non competenze. Ma cose che vivono, che ritornano.
Racconti brevi, frammenti notturni, detriti di viaggio che resistono.
Segnalazioni, aggiornamenti e frammenti dal mondo reale.
Una sinfonia per lo spazio. (Questa storia è vera. Per anni, l’Unione Sovietica annunciò i propri lanci spaziali trasmettendo una sinfonia in onde corte. Nessun codice. Solo musica.)
Negli anni Sessanta, prima che gli americani raggiungessero la Luna, le navicelle Soyuz dell’Unione Sovietica attraversavano il cielo per contendersi con gli Stati Uniti il primato dell’esplorazione spaziale. Alcune portavano esseri umani. Altre no.
Non tutte tornavano.
In un’epoca senza internet, senza comunicazioni istantanee, con telefoni che attraversavano confini a fatica, il problema era informare – discretamente – chi doveva sapere. Ambasciate, basi d’ascolto, forse anche servizi segreti.
I sovietici adottarono un metodo semplice ed efficace: la radiofrequenza. Sulle bande HF, ventiquattr’ore prima di ogni lancio, veniva irradiata una composizione precisa. Si trattava di una sinfonia di Mussorgsky- Boris Godunov, autore russo, all'epoca, poco noto in Occidente ma familiare a chi, nel mondo, sapeva ascoltare. Quella musica era un segnale. Non servivano messaggi cifrati. Bastava intercettare la trasmissione.
Dove arrivava quella sinfonia, sapevano che da qualche parte, nel cuore del blocco sovietico, qualcosa stava per partire. Oggi, a distanza di sessant’anni, quella musica – irradiata come codice implicito, senza parole – può essere ascoltata di nuovo. Qui sotto la riproponiamo, così com’era: un promemoria in onde corte che il mondo si stava sollevando da terra. Erano tempi diversi. Tempi in cui si annunciava un evento decisivo – un lancio spaziale, un salto nell’ignoto – non con un comunicato stampa, ma con una sinfonia.
Un frammento di musica irradiato nel cielo, ascoltato solo da chi sapeva cosa ascoltare. C’è qualcosa di irripetibile in tutto questo. Un’epoca in cui, anche per le cose più importanti, si metteva al primo posto la bellezza.
Non cerco lavori. Cerco connessioni. Se qualcosa di questo spazio ti ha colpito, puoi scrivermi.