Qui Non Si Costruisce
Si cerca di resistere.

Non appartengo a nessuno – racconto storie che non piacciono. Non fanno like.

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Ciao, sono Augusto

Abito le periferie digitali. Le mie storie sono marginali, sono detriti di ciò che resta.

Faccio alcune cose. Alcune interessanti, altre meno. Se ti interessa quello che faccio per lavoro, o per passione, puoi trovarlo su iu4tpi.it. Ma qui è diverso. Qui racconto storie. Non storie mainstream, né contenuti ottimizzati per i social. Racconto quello che mi colpisce, quello che resta. Per questo motivo, questa pagina — chiamatela blog, diario o spazio marginale — non è pensata per chi scorre. È fatta per chi si ferma. Per chi ha ancora voglia di leggere.

Questa pagina non è parte di una rete. Non segue una logica di appartenenza. Non si iscrive in una prosecuzione sociale. Non è elencata da nessuna parte - e se lo è, non è per mia volontà. È un frammento disperso. Un relitto in un oceano troppo vasto e devastato per suscitare ancora interesse. Non c’è una ragione precisa per scrivere storie. Per raccontare la voce degli altri, ora, in un’epoca in cui leggere sembra non interessare più a nessuno. Ma proprio per questo, scrivere diventa un atto residuo. Residuo e necessario. Non per essere letto. Ma per restare.

Cose che mi abitano


Non competenze. Ma cose che vivono, che ritornano.

  • I ricordi dell’ultimo giorno della mia adolescenza
  • Il sudore di quel ragazzo che correva per me, facendo finta che stessimo solo giocando a pallone.
  • Il tempo e lo spazio che non ho mai capito
  • Il silenzio che resta dopo una storia
  • Le amicizie che si sciolgono senza accorgersene
  • L’acqua tinta di rosso, la prima volta in cui ho visto morire qualcuno.
  • Gli spazi che non ho ricevuto e che non ho saputo dare.
  • Tutto, proprio tutto ciò che resta

Racconti


Racconti brevi, frammenti notturni, detriti di viaggio che resistono.

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Segnalazioni, aggiornamenti e frammenti dal mondo reale.

La delusione.
Racconti  |  Sabato - 10 Maggio, 2025 23:16  |  Articolo Hits:546  |  A+ | a-
Gliel’ho chiesto quel giorno, mentre stava per spegnere le candeline. Quarant’anni.
Gli ho detto solo: “Cosa pensi dei tuoi primi quarant’anni?”
Non volevo metterlo in difficoltà. Era una domanda semplice.
Lui si è fermato un attimo, mi ha guardato, e ha detto: “Una delusione.”
Nient’altro.
Detto piano, ma senza esitazione.
Non c’era ironia. Non c’era voglia di scherzare. Solo quella parola secca, come se ci fosse arrivato da tempo.
Sembrava vero.
Sembrava che quella parola fosse la somma esatta di tutto quello che aveva vissuto fino a lì.
E da quel momento quella risposta non se n’è più andata.

Non sapevo se quella risposta mi avesse turbato oppure divertito.
O forse era qualcosa nel mezzo.
Un misto sottile tra sorpresa, disorientamento, un sorriso trattenuto, qualcosa che non si capisce subito.
Eppure questo ragazzo — o meglio, quest’uomo, perché a quarant’anni oggi si è già dentro un’altra età, anche se non lo si dice — non aveva davvero motivi per lamentarsi.
Aveva fatto il suo percorso. Le scuole, il diploma, un lavoro trovato presto.
A quarant’anni aveva messo da parte una cifra discreta, anche importante.
Certo, aveva potuto farlo perché viveva nella casa di famiglia.
Niente affitto, niente mutuo, nessuna moglie, nessun figlio.
Una vita da single ben organizzata, ordinata, anche piacevole.
Usciva spesso, frequentava ragazze, sembrava avere tutto sotto controllo.
E proprio per questo non capivo.
Non riuscivo a mettere a fuoco il senso di quella parola.
Non del tutto, almeno.

Poi, piano piano, ho capito.
Ho capito perché i suoi primi quarant’anni erano stati una delusione.
Il punto era che la sua vita, subito dopo l’adolescenza, non era più stata quella che pensava sarebbe stata.
Probabilmente credeva che quei giorni, abbastanza leggeri, senza troppi pensieri, potessero continuare.
Che dopo i vent’anni, dopo l’inizio del lavoro, certe cose si sarebbero risolte da sole, o avrebbero trovato una forma nuova, più gestibile.
Ma non era andata così.
E poi c’era la provincia, che cambiava. Ma non nel modo in cui cambiano le cose quando c’è una direzione, un desiderio comune.
No, cambiava e basta. Come pioggia che arriva. Non la decidi tu, non la decide nessuno.
E anche il lavoro — che è una parola semplice, ma una vita intera — lo aveva risucchiato.
Sette, otto ore al giorno, ogni giorno, a volte anche i turni.
Un lavoro qualsiasi, né brutto né bello. Ma continuo, presente, inesorabile.
E il tempo passato lì dentro non era solo tempo. Era energia. Forza. Giovinezza.
Tutto ciò che avevi a disposizione fino a un certo punto, e che poi non sai nemmeno dove sia andato.

Tutti questi fattori, intricati insieme, sicuramente lo avevano provato.
Anche se, a vederlo, non sembrava affatto provato.
Era tranquillo, sereno all’apparenza.
Ma qualcosa dentro, sicuramente, cresceva.
E quello che cresceva era proprio la delusione.
La delusione di vivere in un tempo in cui tutto quello che ti viene chiesto è lavorare.
Non te lo impongono apertamente.
Ma lo capisci.
Lo capisci da subito, che se vuoi vivere con un minimo di autonomia, devi accettare qualsiasi cosa.
Qualsiasi contratto, qualsiasi orario, qualsiasi paga.
Altrimenti puoi sempre andare a fare il barbone.
E questo, col tempo, pesa.
Pesa sul corpo, ma pesa ancora di più nella testa.
E quando gli avevo chiesto come erano andati i suoi primi quarant’anni, adesso lo capivo meglio: quella risposta era figlia anche di questo.
Ma non solo.
Perché poi ho iniziato a intuire che c’era qualcosa di più profondo.
Qualcosa che veniva da prima.
Da molto prima.
Da quando aveva smesso di essere un ragazzino e aveva iniziato a credere che la vita sarebbe stata in un certo modo.
Un modo che forse aveva visto nelle serie, nei film, nelle storie raccontate da altri, nelle immagini dei social, anche se allora i social non c’erano ancora.
Un certo tipo di amicizia. Un certo tipo di ragazze. Un certo tipo di presenza.
Una vita che sembrava imminente, lì a un passo.
E invece non era arrivata.
Non era mai arrivata.
Perché la realtà era un’altra.
E non c’è niente di più duro che accorgersi che il tempo che pensavi sarebbe stato tuo — l’adolescenza, la giovinezza, tutto quel periodo fragile e pieno di attese — non è stato quello che avevi immaginato.
Quella era la delusione.
Una delusione vera. Profonda.
Quella che non si cancella neanche dopo vent’anni.
Quindi era una delusione, sì.
Ma solo se la confronti con una vita idealizzata.
E se insegui quella vita idealizzata dentro un contesto che è molto distante da ciò che ti viene mostrato — allora sì, prima o poi, la frattura arriva.
E non si tratta solo di televisione, social, radio o serie.
È tutto.
Tutto quello che ti circonda è rappresentazione.
Pubblicità, manifesti, videoclip, articoli, interviste, perfino le conversazioni banali.
Tutto è costruzione.
E quella costruzione, quando non riesci a raggiungerla, ti crolla addosso come un peso che non riesci a sollevare.
Quella era la delusione.
Non aver vissuto ciò che credeva avrebbe vissuto.
Perché quel pensiero, quell’aspettativa, era stata formata lentamente, senza che se ne accorgesse, da tutte quelle immagini.
Non è un errore suo. È un errore del mondo.
E mi sono chiesto quanti altri, dopo i vent’anni, provino la stessa sensazione.
Probabilmente molti.
In un tempo in cui sei costantemente esposto a modelli che non potrai mai toccare.
Immagini che ti scavano dentro, giorno dopo giorno, e che non riesci mai a tradurre in qualcosa di reale.
Ora avevo capito.
Avevo capito il peso di quelle due parole.
Solo due parole, ma dentro c’era tutto.
Una diagnosi intera.
Una piccola sintesi del malessere collettivo.
E se questo meccanismo - se questo mondo costruito così — non verrà mai spiegato per davvero,
allora continuerà a generare lo stesso tipo di frustrazione.
Perché non c’è niente di peggio che essere delusi dalla propria vita.
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